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O’scià - Abbiamo bisogno di un cuore!

Non passa inosservata la coincidenza della data. Nel giorno dell’Independence Day, il primo Papa nato negli Stati Uniti sceglie di celebrare l’Eucaristia a Lampedusa, porta del Mediterraneo e luogo segnato dall’incontro tra popoli, speranze e sofferenze. Il valore simbolico è evidente, ma Leone XIV orienta subito lo sguardo oltre ogni interpretazione politica: «Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi». È dall’altare, e non da un palco, che prende forma il suo invito alla compassione e alla fraternità, ricordando che proprio a Lampedusa «i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore».

La prima tappa sull’isola è stata per Leone XIV il cimitero in cui riposano tra le tombe dei lampedusani molti cadaveri di migranti senza nome che le traversate hanno riportato sulle rive. Dal 2014 ad oggi, nel Mediterraneo centrale hanno perso la vita oltre 26mila persone. Questi dati fanno del Mare Nostrum la rotta migratoria più pericolosa al mondo, spazio di morte e disperazione: «un freddo cimitero senza lapidi» come lo chiamava Papa Francesco. 

A Papa Francesco, già pellegrino sull’isola nel 2013, il santo padre Leone ha dedicato il Molo Favaloro in cui ogni giorno approdano i nostri fratelli e sorelle migranti. 

Durante l’omelia il papa ha fatto appello alla prossimità che «prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica» nasce dall’incontro con l’altro, «con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto». Leone ha anche ringraziato tutti coloro che hanno scelto di farsi prossimi, a coloro che con o senza fede hanno scelto di amare insieme, «sì, perché tra voi è l'amore a essersi organizzato». 

Il papa si è anche rivolto a chi sceglie diversamente a chi «decide di non decidere», sottolineando con forza che «i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». 

Commentando la parabola del buon samaritano il papa afferma che «non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c'è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui - come ha fatto Gesù - significa entrare nel movimento dell'amore, quello in cui Dio si è rivelato».

La visita umile e fraterna del Santo Padre, sulle orme di Papa Francesco, ha donato speranza in un mondo in cui la potenza è esaltata e l’arroganza assunta a stile di vita.

Per accompagnare questo momento storico per la nostra terra, noi francescani di Sicilia, abbiamo donato all’isola come segno di ringraziamento e di speranza, un’opera murale opera murale “Francesco degli Abissi” di Igor Scalisi Palminteri. Il murales, a due passi dal molo Favaloro, rappresenta San Francesco immerso negli abissi del mare, luogo in cui è possibile leggere la metafora della profondità della propria esistenza e fragilità, e certamente richiama anche gli abissi del Mediterraneo che oltre a sostenere le speranze di migliaia di persone, custodisce migliaia di corpi di fratelli e sorelle che hanno sperato in una vita più degna.